Centro Studi Articolo46

Il rincaro energetico tra inflazione e venti di guerra

Gli annunci da parte di tutti i Paesi Ue di sanzioni economiche durissime, mai viste prima, che colpiranno la Russia, in seguito alla scelta di occupare militarmente l’Ucraina per “smilitarizzarla” e rovesciare l’attuale regime nazionalista e russofobo sono stati da molteplici osservatori interpretati, a ragione, come un’arma a doppio taglio destinata a far male più a chi la infligge rispetto a chi la subisce.

L’Italia, infatti, dipende energicamente dalla Russia dalla quale proviene circa il 45% del gas importato, attraverso un gasdotto che passa per il territorio ucraino, la Slovacchia e l’Austria ed entra nel nord-est italiano.

Stante l’ultima Relazione annuale sulla situazione energetica nazionale del MiTE (luglio 2021), il 73,4% del nostro fabbisogno energetico è soddisfatto solo grazie alle importazioni nette.

Complessivamente, per coprire una domanda primaria pari a 143,5 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, ci siamo affidati ad un approvvigionamento energetico per il 40% dal gas naturale, per il 33% dal petrolio e solo per il 20% dalle fonti energetiche rinnovabili.

Negli ultimi venti anni il consumo medio annuale di gas si è mantenuto più o meno stabile tra i 70 e gli 85 miliardi di metri cubi. Secondo l’informativa di Draghi al Parlamento di venerdì 25 febbraio, in Italia però dal 2000 al 2020 abbiamo ridotto la produzione di gas da 17 miliardi di metri cubi all’anno a soli 3 miliardi. Dunque ad oggi la situazione dell’approvvigionamento è la seguente: l’Italia importa oltre il 93% del gas mentre la produzione nazionale ammonta a meno del 7%. La produzione nazionale però include anche il biometano, passato dai 50 milioni di metri cubi del 2019 ai 99 del 2020: «Il biometano rappresenta oggi una concreta possibilità di utilizzare la rete gas come vettore di energia rinnovabile», documenta la Relazione.

Il gas importato proviene, come detto, per circa il 45% dalla Russia, per oltre il 30% dall’Algeria, per il 12% dal nuovo gasdotto TAP (gas estratto nel Mar Caspio al largo della costa azera), il 7% dalla Libia, il 5% dalla Norvegia. Si ritiene di poter sopperire ad un eventuale embargo energetico imposto alla Russia, potenziando le importazioni dall’Algeria (già in aumento negli ultimi anni, +18% nel 2020), il TAP e, se necessario, riattivando provvisoriamente le centrali a carbone ancora presenti nel nostro Paese.

E i prezzi delle materie prime?  

Il differenziale fra i prezzi italiani e quelli europei rimane positivo anche se è ripreso il processo di

convergenza che si era interrotto nel 2018. Si conferma un significativo premio pagato dalle imprese italiane per l’energia elettrica e uno per il gas acquistato dalle famiglie (in leggera diminuzione).

Per quanto riguarda il settore del gas naturale, nel corso del 2020 si mantiene un forte divario, seppur in diminuzione, tra il prezzo pagato dalle famiglie italiane e la media europea. Per le imprese il divario non si discosta di molto da quello europeo.

Secondo l’ultimo rapporto Istat sull’andamento mensile dell’economia (febbraio 2022), prima della crisi russo-ucraina, l’inflazione acquisita per il 2022 era pari a +3,5%. L’impennata del costo delle materie prime importate, in seguito alle sanzioni economiche e alla sostanziale rottura dei rapporti commerciali con la Russia (che non investe solo il mercato energetico ma anche le esportazioni delle nostre Pmi in diversi settori economici, come quello tessile ed enogastronomico – per un valore complessivo di oltre 7 miliardi all’anno), avrà certamente conseguenze negative sull’economia interna dal momento che, ricordiamo, l’Italia è uno dei principali partner commerciali della Russia.

Per misurare l’impatto della crisi russo-ucraina, il nostro Centro Studi Articolo 46 ha esaminato due diversi scenari: il primo, ad oggi meno probabile, di una rapida pacificazione e l’adozione da parte dei Paesi UE di sanzioni economiche “soft” o comunque inidonee a determinare una sostanziale rottura delle relazioni commerciali con la Russia; il secondo, ad oggi più probabile, di una prosecuzione della tensione militare nelle prossime settimane/mesi, pur restando il conflitto bellico circoscritto a livello regionale (senza l’intervento diretto della NATO), e l’adozione di quelle sanzioni esemplari e durissime prospettate negli ultimi giorni, quali l’esclusione dal sistema di pagamento Swift e l’embargo commerciale, ossia un blocco completo di tutto l’import-export verso e da la Russia.

SCENARIO 1

Inflazione attesa al 5% nel 2022 con un conseguente calo dei consumi fino a 5 miliardi di euro.
Prezzo del petrolio +22%
Prezzo del gas +48,5%
Export verso la Russia   – 68%
Crescita del PIL ridotta di un punto percentuale nel prossimo triennio

SCENARIO 2

Inflazione attesa al 7,5% nel 2022 con un conseguente calo dei consumi fino a mezzo punto di Pil (8-10 miliardi)
Prezzo del petrolio + 38%
Prezzo del gas  +70%
Export verso la Russia praticamente azzerato per via del blocco commerciale
Crescita del PIL ridotta di un punto e mezzo percentuale nel prossimo triennio

Focus: impatto sul turismo

Prima della pandemia, nel 2019, la Russia era il terzo Paese extraeuropeo (dopo USA e Cina) con più visitatori in Italia (1,7 milioni in un anno) e tra i Paesi extraeuropei era anche il mercato con con la più alta permanenza media in Italia (3,7 notti), per una spesa complessiva di 2,5 miliardi (quindi oltre l’1% del valore complessivo generato dal settore turistico che ammontava prima della pandemia a 230 miliardi). Ovviamente questi dati hanno già risentito della crisi sanitaria che ha più che dimezzato le presenze russe (ed extraeuropee in generale) in Italia nello scorso biennio. Il 2022 sarebbe dovuto essere l’anno della grande ripresa del turismo straniero in Italia ma l’attuale stato delle tensioni internazionali rischia di infliggere un ulteriore duro colpo al settore dopo due anni complicatissimi. Le conseguenze della crisi russo-ucraina e delle sanzioni contro la Russia potrebbero farsi sentire già in primavera quando in occasione della Pasqua ortodossa (quest’anno cade il 24 aprile) si registra solitamente in Italia un presenza di 175mila russi per un totale di circa 20 milioni di fatturato per le attività ricettive.

Ancora non sono precisamente stimabili le potenziali perdite ma il nostro Centro Studi ha intervistato 1.000 imprese del settore ricettivo (alberghiero ed extra) chiedendo quanto impatta, in termini percentuali, il turismo russo sul totale del turismo straniero in termini di arrivi (numero di clienti ospitati) e presenze (numero di notti trascorse nella struttura ricettiva), ottenendo il seguente risultato.

Arrivi sul totale di turisti stranieri :   5-7% 
Presenze sul totale di turisti stranieri:   8-10%

Consideriamo anche in questo caso due scenari: il primo più ottimista secondo cui il turismo russo resterebbe sui medesimi livelli del biennio precedente, ossia un impatto della guerra e delle conseguenti sanzioni in linea con quello del Covid-19; il secondo più pessimista in base al quale le conseguenze negative del conflitto non si sostituirebbero bensì si andrebbero ad aggiungere al rallentamento del settore turistico durante il biennio della pandemia.

Scenario 1

Perdita di 900mila turisti russi sul 2019 per un valore complessivo pari a 1 miliardo di euro.

Scenario 2

Perdita di 1 milione e mezzo di turisti russi sul 2019 per un valore complessivo pari a 1,7 miliardi di euro.

ANPIT PROPONE

– Congelamento aumenti in bolletta

Il governo è intervenuto con più provvedimenti adottati tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, l’ultimo dei quali il Dl 4/2022 (cd. Sostegni-ter), stanziando un totale di 5,5 miliardi di euro a parziale copertura del caro-bollette nel primo trimestre 2022. L’intervento che mira in particolare a bloccare gli oneri di sistema per quelle imprese con potenza pari o superiore a 16,5 kw. Secondo il governo, questi contributi potranno coprire fino al 20% della spesa energetica sostenuta nel primo trimestre 2022, tuttavia il conflitto in Ucraina e le sue conseguenze sul piano dei rapporti del blocco occidentale con la Russia porteranno, come abbiamo appena visto (scenario 1 e 2), ad un ulteriore incremento dei prezzi delle materie prime importate in ragione di una riduzione dell’offerta. É chiaro che la priorità sia quella di mettere al sicuro il tessuto economico produttivo il quale, a fronte di un aumento significativo dei prezzi in bolletta, potrebbe scaricare l’aumento dei costi sul consumatore aumentando il prezzo del prodotto finale e ingenerando una spirale inflazionistica che restringerebbe ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie.

ANPIT propone pertanto di congelare per l’intero anno 2022 il differenziale tra i prezzi attuali e i prezzi medi dell’energia fino al 2020, al netto dei costi coperti a fondo perduto dal governo, concedendo così alle imprese la possibilità di rinviare il pagamento del sovrapprezzo.  Un’alleanza tra lo Stato, gli istituti di credito e le imprese per fronteggiare l’onda d’urto dell’impennata dei prezzi delle materie prime: lo Stato si impegna a prestare la garanzia pubblica tramite il Fondo di garanzia Mediocredito Centrale, le banche si impegnano ad anticipare il differenziale della spesa energetica, insostenibile per le imprese, le quali a partire dal secondo semestre del 2023 restituiranno il debito avvalendosi di un piano di ammortamento su base decennale.

Un simile provvedimento potrebbe forse evitare il definitivo collasso del nostro tessuto produttivo, auspicando che i venti di guerra non perdurino e che la crisi ucraina non segni l’inizio di una seconda lunga guerra fredda. É del resto praticamente certo che le sanzioni alla Russia produrranno danni rilevanti e incalcolabili alla nostra economia, già duramente colpita dal biennio pandemico, dal momento che l’Italia, come sottolineato a più riprese dallo stesso Presidente del Consiglio, è in assoluto il Paese più esposto vista la sua dipendenza dal gas russo, non potendo oltretutto contare come altri Paesi europei sul nucleare. Crediamo, come ribadito da autorevoli osservatori, che le sanzioni siano uno strumento autolesionistico, estremamente dannoso per la nostra economia, un’inutile prova di forza che alla lunga ci si può ritorcere contro con conseguenze difficilmente immaginabili. Sarebbe questo il tempo dell’ascolto delle legittime ragioni delle parti, dell’azione diplomatica e della mediazione per l’immediata cessazione delle ostilità e la ricomposizione dei rapporti pacifici dei Paesi UE con la Russia. Purtroppo sembra si stia scegliendo un’altra strada, quella delle prese di posizione perentorie e della propaganda di guerra, una strada pericolosa che non porta da nessuna parte perché una Russia in aperta ostilità con l’Occidente è una sconfitta per tutti quanti.

Leggi la nostra indagine sulle conseguenze economiche della crisi ucraina ripresa dal quotidiano La Verità dello scorso 6 marzo.