L’indagine di Anpit e del Centro Studi Articolo 46 sui consumi durante la pandemia
Le restrizioni selettive che seguono la logica del green pass, seppur meno drastiche rispetto alle restrizioni generalizzate “da lockdown”, non consentono all’industria terziaria di tornare sui medesimi livelli pre-Covid. É quanto emerge dall’analisi condotta da ANPIT – Azienda Italia su un campione rappresentativo di 3.000 imprese iscritte all’associazione. Se al radicamento – dopo un biennio di ininterrotta emergenza non possiamo ragionevolmente ricorrere ancora alle categorie della transitorietà – in gran parte della popolazione di un sentimento cronicizzato di paura e incertezza, supportato da una narrazione mediatica dai toni sempre allarmistici e conflittuali, aggiungiamo le crescenti pressioni inflazionistiche che, almeno in Europa, non sono collegate a politiche espansive di sostegno della domanda ma alle conseguenze del caro-energia (dunque uno shock negativo dell’offerta), il gioco è presto fatto. In collaborazione con il Centro Studi Articolo 46, ANPIT ha analizzato la variazione tendenziale del livello dei consumi su un campione complessivo di 3.000 imprese, suddivise tra servizi ricreativi, sport e cultura (500 imprese), ricezione alberghiera ed extra-alberghiera (1.000 imprese) e ristorazione (1.500 imprese), comparando il mese di gennaio 2020, subito prima della pandemia, con lo stesso mese dei due anni successivi, dunque gennaio 2021 in piena seconda ondata, con i lockdown e senza ancora l’impatto della campagna vaccinale, e gennaio 2022 con l’87% della popolazione over 12 che ha completato il ciclo vaccinale, il 55-60% che ha ricevuto anche la terza dose, tutte le attività regolarmente aperte (salvo discoteche e sale da ballo), con obbligo di green pass per potervi accedere. A gennaio 2021, in piena seconda ondata e con la vita sociale ridotta ai minimi termini, si è registrato un crollo verticale dei consumi nei tre settori esaminati (- 74% nei servizi ricreativi, sport e cultura; – 67% alberghi e altre strutture ricettive; – 54% bar e ristorazione). A gennaio 2022, nonostante il rimbalzo del Pil del 6,5% nel 2021, il livello dei consumi nel rapporto con gennaio 2020 prima del Covid è ancora drammaticamente basso ed in linea con quello di un anno fa (- 68% servizi ricreativi, sport e cultura; – 70% alberghi; – 55% bar e ristorazione). Si presume ragionevolmente di trovarsi in presenza di una ripresa diseguale per distribuzione settoriale: il rimbalzo del Pil è trainato da alcuni settori economici specifici, come il ramo farmaceutico per via della perdurante emergenza sanitaria e dell’edilizia per via dei bonus fiscali, mentre altri comparti, in particolare l’intero settore terziario, versano ormai da due anni in uno stato di gravissima difficoltà. La ripresa della domanda su livelli simili a quelli pre-pandemici, pur non così positivi (si ricordi che prima della pandemia l’area euro era immersa in una stagnazione decennale favorita dalle controproducenti politiche di austerità), non pare insomma dietro l’angolo. Al di là delle preoccupanti spinte inflazionistiche, un passaggio fondamentale e ineludibile per la rinascita economico-sociale è il ripristino dei diritti primari dei cittadini nella loro pienezza costituzionale e il definitivo abbandono di ogni forma di limitazione discriminatoria per evitare che le ferite lasciate da questo periodo emergenziale alla coesione sociale siano poi troppo ardue da rimarginare.


