Centro Studi Articolo46

Oltre la dicotomia Stato-mercato verso un welfare di comunità (parte 1)

Riproponiamo di seguito la nostra analisi sul ruolo dello Stato nell’economia e sulla riforma del welfare già presentata nel volume Italia Futura. Idee e proposte per la rinascita economica e sociale. In questa prima parte si introduce il ragionamento sul rapporto tra Stato e mercato, come è evoluto storicamente e perché il disequilibrio mercatista raggiunto nel corso dell’ultimo trentennio rappresenti una distorsione dell’allocazione delle funzioni tra le due istituzioni, a danno del benessere collettivo. Nella seconda parte, che sarà pubblicata prossimamente, entreremo invece nel dettaglio della nostra proposta sul welfare di comunità, partendo dall’assunto che la grave recessione demografica degli ultimi anni mette a repentaglio la sostenibilità di lungo periodo non tanto finanziaria quanto reale (carenza di risorse umane) del sistema di welfare. Prima di questo però soffermiamoci ad esaminare quale dovrebbe essere il corretto funzionamento del rapporto tra Stato e mercato per uscire dal mercatismo senza cadere nello statalismo.

La dicotomia Stato-mercato ha dominato le principali contrapposizioni ideologiche del Novecento. Si confrontavano da un lato le visioni più spiccatamente liberistiche che difendevano la capacità naturale del mercato di autoregolarsi e di pervenire a un’efficace allocazione delle risorse, dall’altro lato le ideologie di orientamento statalista che invece consideravano la statizzazione dell’economia l’unica soluzione concretamente perseguibile per correggere le storture prodotte dal mercato sregolato, contrastare le disuguaglianze e garantire la giustizia sociale. Dopo la caduta del muro di Berlino, con la crisi dello statalismo e l’affermarsi dell’ideologica unica mercatista, secondo cui il mercato è tutto e tutto è mercato, sembrava terminata per sempre la contrapposizione e delineata l’unica strada possibile per lo sviluppo nell’era dell’economia globale. La crisi pandemica invece ripropone prepotentemente la questione del ruolo dello Stato nell’economia con una forza e un’attualità che nessuno si sarebbe immaginato. L’opportunità è ghiotta per ridefinire un modello di sviluppo che riesca a correggere le storture, ridurre le disuguaglianze, offrire una rinnovata prospettiva economica capace di coniugare concorrenza e solidarietà. La contrapposizione binaria tra Stato e mercato ha prodotto da un lato una concezione disfunzionale del rapporto tra questi due soggetti, il cui ruolo, come vedremo, non è affatto alternativo bensì complementare e simbiotico, dall’altro lato invece le opposte ideologie non hanno tenuto conto del fondamentale errore insito nel dualismo Stato-mercato, il quale non si accorge che “fra l’infinitamente piccolo, il cittadino isolato, e lo Stato, troppo più grande”[1] si frappongono una miriade di corpi intermedi, di diritto naturale come la famiglia, ereditati dalla tradizione come i comuni, o anche opera della tendenza associativa dei cittadini come i partiti politici, i sindacati e le centinaia di migliaia di associazioni rappresentative di interessi di ogni tipo, che costituiscono l’anima del nostro pluralismo politico e sociale. 

Stato, mercato, comunità intermedie svolgono il loro insostituibile ruolo, esercitano la propria funzione nella società, in maniera complementare e non competitiva come le contrapposizioni ideologiche del passato ci hanno indotto a pensare. Lo Stato svolge in economia delle funzioni ben precise e non confondibili con quelle del mercato, anzi a una lettura approfondita, una di queste funzioni, forse la più delicata e importante, è proprio quella di garantire il corretto funzionamento del mercato ed evitare eventuali distorsioni. Oltre alla funzione di regolamentazione del mercato e difesa della libera concorrenza, generalmente riconosciuta dal pensiero economico dominante, l’intervento dello Stato nell’economia dovrebbe riguardare anche quei settori dove non può generarsi un mercato veramente concorrenziale per condizioni strutturali e/o per i costi fissi talmente elevati da essere ammortizzati solo se una singola impresa produce la quantità di beni e servizi richiesti dal mercato. È il caso dei cosiddetti “monopoli naturali”, come i porti, gli aeroporti, le autostrade, le telecomunicazioni, che hanno attraversato negli anni ’90 una stagione di privatizzazione rivelatasi perlopiù fallimentare in termini di costi e qualità dei servizi offerti all’utenza. Un ritorno alla gestione pubblica sarebbe dunque preferibile in modo che gli extraprofitti, naturalmente prodotti in queste condizioni di mercato, non siano ripartiti tra gli azionisti dell’impresa privata bensì ricondotti all’interesse pubblico, migliorando la qualità o calmierando i prezzi del servizio. Gestione pubblica non significa per forza riproporre la presenza statale con le medesime forme giuridiche del passato, una proliferazione di enti pubblici e società municipalizzate spesso foriera di clientele politiche e opacità gestionali di varia natura. Si possono invece esplorare percorsi di intervento pubblico meno conosciuti, modelli come l’azionariato diffuso e la partecipazione dei lavoratori allo scopo di riportare i monopoli naturali e gli asset strategici per l’interesse nazionale sotto la gestione e il controllo della collettività, superando però l’identificazione del ‘pubblico’ con lo ‘statale’. 

Se dunque allo Stato competono le funzioni di regolazione del mercato, redistribuzione della ricchezza e gestione dei monopoli naturali, laddove esiste effettivamente un mercato concorrenziale è giusto lasciare alle imprese e alle persone la capacità di produrre ricchezza per sé e per il territorio in cui si opera, creare lavoro e valorizzare il capitale umano. Vi sono poi delle funzioni che non possono essere lasciate al mercato, in quanto teoricamente estranee alla logica competitiva della massimizzazione del profitto, ma che non dovrebbero essere interamente avocate dallo Stato se non a danno dell’efficienza e della qualità dei servizi offerti; tuttavia tali funzioni possono restare nell’ambito pubblico se saranno prese in carico dalle comunità intermedie, quei corpi sociali della sussidiarietà verticale (enti territoriali) e orizzontale (imprese e privato sociale) che dovrebbero concorrere con lo Stato nell’offerta dei servizi di welfare, scuola, sanità, previdenza e altro ancora, settori strutturalmente aperti alla libera concorrenza – a differenza dei monopoli naturali – ma che non possono essere del tutto abbandonati al principio del mercato autoregolato.

[1]Costantino Mortati, La persona, lo Stato, le comunità intermedie, 1959.