Centro Studi Articolo46

Oltre la dicotomia Stato-mercato verso un welfare di comunità (parte2)

Nella precedente puntata avevamo esaminato come dovrebbero interagire correttamente lo Stato e il mercato, in maniera complementare e non competitiva, nell’ambito di un sistema economico che sia in grado di coniugare concorrenza e solidarietà, libertà e giustizia sociale, ridurre le disuguaglianze scongiurando al contempo derive stataliste e assistenzialiste. In questa seconda parte presentiamo l’ultima pillola estratta dal volume Italia Futura. Idee e proposte per la rinascita economica e sociale, nella quale esponiamo la nostra proposta in materia di riforma del welfare, una vera e propria rivoluzione per riportare le famiglie e le reti comunitarie al centro del sistema di cura, istruzione, assistenza, previdenza, valorizzando la naturale “capacità di bene” dei corpi sociali intermedi. Una volta compreso il ruolo dello Stato e la sua sfera di intervento nella società e nell’economia, possiamo aprire una riflessione sulla riforma del welfare e per far ciò è necessario partire dalla questione demografica. Siamo un paese che invecchia e ciò produce effetti negativi sulla sostenibilità del sistema di welfare, in termini di aumento dei costi per le politiche di cura della persona. L’Italia rischia di non avere futuro, se consideriamo che per via della pandemia e del crollo delle nascite nel 2020 il saldo tra decessi e nuovi nati è stato negativo di 300mila unità, come non accadeva dai tempi della prima guerra mondiale.

 Il 2020 non ha costituito tuttavia una triste eccezione ma una semplice accelerazione di un processo di recessione demografica cui assistiamo da almeno un decennio. Il saldo naturale è negativo dal 2007 e negli ultimi anni sono stati puntualmente  stabiliti nuovi record negativi fino a quello più drammatico del 2020. Siamo ampiamente sotto il tasso di sostituzione e il combinato disposto del crollo delle nascite e dell’innalzamento delle aspettative di vita ha attivato un cortocircuito dovuto all’aumento dei costi per l’assistenza contestuale a una riduzione della popolazione attiva capace di finanziarla. Per invertire il trend demografico non sono sufficienti, seppur necessarie, le classiche politiche di sostegno alla natalità (bonus fiscali, contributi a fondo perduto, aiuti economici alle giovani madri), dal momento che la crisi demografica è evidentemente correlata alla crisi del matrimonio, al crollo delle coppie sposate e all’aumento delle separazioni e divorzi direttamente proporzionale al calo delle nascite. Lo Stato deve dunque impegnarsi a mettere la famiglia al centro del sistema di welfare, sostenendola affinché essa sostenga la Nazione. I cittadini devono riappropriarsi della responsabilità di fare e difendere la famiglia, sposarsi, fare figli e non fuggire alle prime difficoltà economiche e relazionali. Il patto sociale su cui poggia la famiglia è determinante per immaginare qualsiasi forma di protezione sociale, dal momento che la famiglia è luogo di welfare naturale dove ci si cura vicendevolmente e ci si riconosce sostegno economico nelle difficoltà. Il nuovo modello di welfare dovrà basarsi sulla libertà di scelta delle famiglie in campo sanitario, educativo e previdenziale, dentro un sistema pubblico che sappia integrare lo Stato con il privato sociale e che consenta alle persone di poter scegliere liberamente garantendo l’accesso a tutti e la protezione ai più deboli.

Per comprendere concretamente i benefici economico-sociali del modello che proponiamo, si porti l’esempio della scuola: “ad oggi il sistema nazionale d’istruzione spende poco meno di 7000 euro annui per ogni studente di scuola statale e finanzia le scuole paritarie per un importo medio di circa 600 euro per iscritto. Nell’attuale sistema, quindi, la presenza di scuole non statali paritarie, frequentate da circa 900mila studenti, fa risparmiare allo Stato oltre cinque miliardi di euro l’anno. Formare uno studente in una scuola privata di media costa annualmente poco meno della metà rispetto al suddetto costo per alunno in una scuola statale. Sembra quindi necessario rivedere il sistema dell’istruzione pubblica, declinandolo non più in una forma statalista ma in una più avanzata organizzazione, che veda il finanziamento diretto delle famiglie e la libertà di scelta come elementi centrali del modello. Lo Stato dovrebbe finanziare le famiglie con un voucher, fissato sulla base del costo standard di sostenibilità per allievo, in modo che i genitori possano determinare presso quale istituto iscrivere i propri figli, liberi di scegliere finalmente in base alla qualità, alla formazione, alla professionalità del corpo docente, con un occhio puntato alla manutenzione dei plessi. Il passaggio da un sistema di welfare incentrato sullo Stato ad un sistema di welfare di comunità garantirebbe comunque l’accesso a tutti all’istruzione pubblica e consentirebbe di dimezzare i costi e aumentare esponenzialmente la qualità del servizio.”*

Se le famiglie e le imprese saranno le protagoniste di questo nuovo modello di welfare fondato sul ruolo delle comunità intermedie, lo Stato non dovrebbe però trascurare il grande e prezioso apporto dato dal mondo del cosiddetto terzo settore o privato sociale, ossia tutte le altre forme associative volontarie, le associazioni di quartiere, quelle culturali, sportive o comunque impegnate nel sociale, realtà spesso viste come forme marginali di impegno che invece devono diventare il cuore pulsante del nuovo welfare. Si dovrebbe misurare in termini di Pil il servizio gratuito e volontario reso da queste comunità nell’assistenza ai bisognosi, nel contrasto all’emarginazione sociale, nella rigenerazione urbana e in molte altre attività di rilevanza sociale. Ci accorgeremmo che la ricchezza prodotta, il risparmio pubblico, il benessere che diffondono, il bene che donano a chi riceve hanno un valore incommensurabile che però può e deve essere economicamente stimato per poi ritrasferirlo alle stesse comunità e ai loro membri, in termini di vantaggi fiscali, minori costi, opportunità, quali strumenti capaci di sviluppare un effetto moltiplicativo. Si rende quindi indispensabile recuperare oggi non solo il giusto ruolo dello Stato nell’economia ma anche e soprattutto il giusto rapporto tra esso e le comunità, le associazioni, i corpi intermedi, le rappresentanze territoriali e di categoria; riorganizzare lo Stato quale “comunità di comunità” per edificare una società il cui cuore, il cui centro di gravità sociale sia permanentemente e stabilmente fissato attorno alla famiglia coadiuvata dall’impresa e da tutte le comunità naturali associative e territoriali. Riteniamo che dopo l’ultimo trentennio di progressivo declino dello Stato sociale, si possa compiere un passaggio dal tradizionale welfare state alle nuove well communities, ossia comunità capaci di offrire un modello di organizzazione sociale che responsabilizzi maggiormente la persona umana coniugando le esigenze della concorrenza con quelle della solidarietà. 

*Federico Iadicicco, Marco Bachetti, Santi eroi imprenditori. Storie di mestieri e comunità, p.81, ed. Historica, Roma, 2017.