Per una sostenibilità dal volto umano
Credo che ci siano tre elementi che presi insieme riassumano il senso della nostra presenza qui e della decisione di ANPIT – Azienda Italia di organizzare per la prima volta una scuola di formazione: la scelta del nome, la scelta del luogo e la scelta del programma. Il nome Apotheke è una meravigliosa stranezza, un’eccezione alla regola dell’inglese come lingua unica e universale del lessico economico- aziendale. Abbiamo utilizzato volutamente un termine tratto dal greco antico perché il modello di impresa intesa quale comunità solidale che da sempre cerchiamo di promuovere affonda le sue radici antropologiche e culturali nella tradizione greco-romana e cristiana. La scelta di Orvieto non è ovviamente legata solo alla sua posizione centrale e facilmente raggiungibile ma c’è in primo luogo l’idea che l’Italia, dopo la tragica stagione pandemica, debba ripartire dalla riscoperta del suo ineguagliabile patrimonio artistico e culturale, valorizzando, non solo a livello turistico, quei borghi che costituiscono l’anima del nostro Paese. Il programma delle lezioni proposte infine coniuga competenze tecniche e visione d’insieme, corsi su materie economico-giuridiche e riflessioni su grandi tematiche sociali e politiche, perché vogliamo veicolare un’idea di apprendimento concepita come processo di formazione integrale, non solo settoriale, della persona.
Chi oggi vuole fare impresa e rappresentare il mondo produttivo dovrebbe rendersi conto che stiamo vivendo un’epoca straordinariamente importante, un tornante della storia, in cui c’è bisogno di grandi uomini e grandi donne dotati di capacità di visione: non mi riferisco solo a quelli che hanno realmente fatto la storia e di cui tutti noi oggi ci ricordiamo, i Giotto e i Cimabue che mi piace citare dal momento che ci troviamo in uno splendido borgo medievale come Orvieto, ma anche e soprattutto all’operaio, al manovale, al carpentiere, che hanno costruito con le loro mani palazzi, castelli, chiese, cattedrali, simboli della nostra tradizione comunale, grazie ai quali le città, come scriveva Giorgio La Pira, diventano organismi viventi con una loro anima e un loro destino, libri vivi della storia e della civiltà umana, immagine terrena della città celeste. Ciascun mestiere quindi, dall’imprenditore all’operaio, dall’insegnante alla massaia, dal giornalista al fabbro, può essere declinato in termini soggettivi quale semplice e banale impiego, inevitabilmente sminuito perché avvolto solo su se stesso, oppure in termini oggettivi, ossia concentrandoci sul frutto delle nostre azioni e guardando al lavoro nella sua essenza più profonda quale attività generatrice di valore. Chi ad esempio ha costruito con le sue mani il Duomo di Orvieto non è stato semplicemente un operaio, semplicemente un manovale, semplicemente un carpentiere, ma è stato un uomo che ha scritto un pagina di storia comunale, nazionale ed anche europea, trattandosi di uno dei maggiori capolavori dell’architettura gotica.
Ciò che oggi in Europa, più in generale in tutto l’Occidente, manca drammaticamente è proprio questa capacità di visione, calata nella concretezza delle dinamiche storiche e nella conoscenza del tessuto sociale delle singole realtà nazionali, perché rispetto ai grandi cambiamenti d’epoca è prevalso un atteggiamento di natura ideologica: quando a partire dai primi anni ‘80 si è posta la questione dei modelli di sviluppo economico, dentro la globalizzazione e l’integrazione dei mercati che si prospettava all’orizzonte, la soluzione proposta e universalmente perseguita è stata una puntuale applicazione dell’ideologia liberal-monetarista, fondata sulla triade privatizzazioni, deregolamentazione e separazione tra autorità politica e autorità monetaria. Su questa strada è stato gradualmente smantellato il ruolo dello Stato nell’economia, che non significa statalismo, bensì il riconoscimento che tutto non può essere mercato e che il mercato non può dominare ogni dimensione della nostra vita: lo Stato, il mercato e, aggiungo io, le comunità intermedie, dovrebbero infatti svolgere ciascuno il proprio compito in maniera simbiotica e complementare, non alternativa, come le opposte ideologie dello statalismo e del liberismo selvaggio farebbero supporre. La discussione sul ruolo dello Stato nell’economia sembrava appartenere ad un lontano passato e invece oggi è tornata di stretta attualità, non soltanto per via dell’emergenza pandemica che ha mostrato tutte le falle di una sanità pubblica indebolita da anni di tagli alla spesa, in assenza peraltro della programmazione di un modello alternativo, ma sono venuti al pettine tutti quei nodi relativi a scelte politiche scellerate degli anni ‘90 quando si privatizzava con furore ideologico finanche la gestione di monopoli naturali come le autostrade.
Se dunque dalla storia bisogna sempre trarre degli insegnamenti, gli errori commessi nell’ultimo trentennio dovrebbero indurci a guardare al futuro con ragionevolezza e realismo, senza cadere nuovamente in quelle infatuazioni ideologiche prive di connessione con la realtà. Ora per esempio vanno così di moda concetti come “resilienza”, che può significare tutto e il contrario di tutto e risulta inoltre ingannevole se applicata non già alle esistenze individuali bensì ai contesti politici e sociali, o ancora di più “sostenibilità” la quale è evidente che dovrebbe rappresentare il fondamento di ogni possibile modello di sviluppo e tuttavia dobbiamo fare attenzione a tenerla insieme con il principio di realtà, da un lato, e con il principio di umanità, dall’altro.
Parlo di principio di realtà perché leggo, ad esempio, che il principale obiettivo del Green Deal dell’Unione europea consiste nella riduzione del 55% delle emissioni di Co2 entro il 2030 e che per raggiungere questo ambizioso risultato si intende tassare il consumo inquinante dei combustibili, anche ad uso domestico, incentivando tra le altre cose l’utilizzo dell’auto elettrica, destinata a soppiantare completamente le altre automobili entro il 2035. Posto che ritengo inefficaci, oltre che moralmente discutibili, le politiche di tassazione delle diseconomie ambientali, basate su uno scambio tra inquinamento e pagamento del relativo prezzo, non possiamo trascurare i rischi che si celano dietro operazioni di questo tipo e dovremmo ricordare che fino a pochi anni fa si pensava che il diesel potesse sostituire la benzina, salvo poi scoprire che era ancora più inquinante.
Dall’altro lato dobbiamo poi tener conto del principio di umanità perché la transizione ecologica è certamente un aspetto importante ma il cuore dello sviluppo sostenibile deve risiedere nella centralità della persona umana. Mi spiego meglio, noi possiamo anche occuparci dei problemi dell’inquinamento, del ciclo dei rifiuti, del riscaldamento globale e così via ma se poi in Congo le multinazionali sfruttano i bambini di 5 anni per lavorare nelle miniere, dentro tunnel stretti ed angusti, dove si estraggono i minerali, come il coltan, che alimentano le batterie dei cellulari e degli altri dispositivi tecnologici, è inutile oltre che ipocrita continuare a parlare di società sostenibile a basso impatto ambientale. La sostenibilità insomma non deve trasformarsi in uno specchietto per le allodole che serve al sistema economico e finanziario tardo-capitalista per ripulirsi la coscienza e portare avanti il suo business as usual, senza riguardo alcuno per le sempre più insostenibili disuguaglianze di un modello di sviluppo che arricchisse pochissimi soggetti, impoverisce i popoli, disgrega le comunità e svuota di senso la vita democratica degli stati.
Prima ancora di parlare di sostenibilità ambientale, dovremmo dunque comprendere che l’odierna crisi della civiltà occidentale affonda le sue radici nella dissoluzione delle reti comunitarie e dei corpi sociali intermedi. Tale processo disgregativo ha privato i singoli individui di solidi punti di riferimento, lasciandoli in balia di un’esistenza liquida e incerta, ed ha poi eroso le fondamenta stesse della democrazia rappresentativa che banalmente non può esistere in assenza di associazioni politiche e organizzazioni sociali, come partiti e sindacati caratterizzati da un forte radicamento territoriale e sociale e da classi dirigenti veramente rappresentative. L’etica individualista e la cultura consumistica, oggi dominanti, hanno sradicato la dimensione relazionale e rendono dunque impossibile ogni forma di impegno sociale verso obiettivi comuni volti al miglioramento delle condizioni di vita individuale e associata. Neanche la famiglia, ossia la prima comunità naturale in cui ciascuno di noi nasce, cresce e sviluppa la propria personalità, è stata risparmiata da questa dinamica erosiva e disumanizzante e la drammatica recessione demografica in corso da oltre un decennio nel nostro Paese, e più in generale in Europa, altro non è che una sua logica conseguenza. La questione demografica è un problema che oggi non viene affrontato con la dovuta attenzione mediatica e politica ma noi ci troviamo dinanzi ad uno scenario tragico, con chiarissimi risvolti anche economici, quale viene puntualmente descritto dai rapporti dell’Istat: entro il 2035 l’Italia perderà ben otto punti di Pil solo a causa del trend demografico negativo che diventano addirittura venti punti se al crollo demografico associamo l’invecchiamento della popolazione e dunque la diminuzione della popolazione attiva, già oggi tra le più basse d’Europa. Erroneamente questo tema è trattato in modo marginale e non è quasi mai posto al centro dell’agenda politica tuttavia dobbiamo essere consapevoli che, in assenza di un intervento ndeciso e tempestivo per invertire il trend, l’Italia andrà inesorabilmente incontro ad una lunga stagione di stagnazione economica e sociale nonché ad una crisi pressoché irreversibile del proprio sistema di welfare. Da dove partire, dunque, per la rinascita demografica? Le politiche per la natalità non possono limitarsi a miseri bonus e incentivi fiscali e non sono neanche sufficienti le misure contenute nel Family Act. Un intervento realmente incisivo non può prescindere dalla previa individuazione della vera radice della denatalità, la quale altro non è che il naturale prodotto della disgregazione delle reti comunitarie della nostra società, prima tra tutte ovviamente la famiglia intesa come unione stabile tra un uomo e una donna orientata alla procreazione ma anche tutte le altre comunità prossime all’individuo (reti parentali e amicali, rapporti di vicinato, mondo associativo ecc.), che costituivano solidi dispositivi di solidarietà e sussidiarietà. Dentro questa dimensione di stabilità e sicurezza sociale, le persone trovano il coraggio, la forza, le certezze che servono per creare una nuova famiglia ed aprirsi alla vita: è necessario un cambio di paradigma culturale e antropologico ancor prima che economico.
Voglio concludere ricordando che quando alla fine degli anni ‘80 la Commissione Bruntdtland delle Nazioni Unite introdusse per la prima volta il concetto di sostenibilità applicato allo sviluppo, lo definiva come un processo volto a “soddisfare i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri”. Come potrà dunque essere sostenibile una civiltà senza figli, senza speranza nel futuro, tristemente appiattita sul presente? Non è possibile declinare la sostenibilità a prescindere da un umanesimo integrale fondato sulla sacralità della vita umana, sulla centralità della persona e su un’etica più inclusiva e meno competitiva, in cui l’uomo sia principio e fine di ogni esperienza sociale.*
* Trascrizione dell’intervento di Federico Iadicicco (Presidente nazionale ANPIT –– Azienda Italia) in Azienda Italia) in occasione del dibattito Geoeconomia: riflessioni su sostenibilità e nuovi modelli di sviluppo presso la scuola di formazione “Apotheke. Strumenti per l’economia e il lavoro”, Palazzo del Capitano del Popolo, Orvieto (TR), 18 luglio 2021
